Quella notte avevo viaggiato su un autobus che mi portava a Roma, dove vivevo.

Non fu la mattina fredda e pungente che mi accolse una volta arrivato, ma un brusio, un mormorio che serpeggiava per le strade della Capitale, con pudore, quasi che nessuno lo volesse dire.

Un mormorio che diventava sempre più forte fino ad arrivare sui televisori dei bar e sulle prime pagine dei giornali.

L’Aquila non c’era più o quasi.

Partii per l’Abruzzo.

Quello che mi colpì fu il silenzio, interrotto dal rumore tagliente di mattoni spostati che stridono come relitti di navi arrugginite.

Rumori che stracciavano un silenzio surreale.

E migliaia di mani che scavano, cani che cercano, gente stanca che dorme in ripari di fortuna, incredula di essere sopravvissuta e lacrime sui volti di tutti, sudore sulle guance che scivola discreto rispettando quel silenzio.

E macerie sotto i piedi, macerie ovunque, a riempire le strade, a colmare l’orizzonte, a vomitare il dolore di una città colpita di notte, come una guerra che arriva senza sirene, come una malattia improvvisa, come un lampo di luce che tu non capisci se sia l’inizio o la fine di qualcosa.

Macerie che pretendono di chiamarsi città, che sono una città che non c’è più.

L’Aquila ormai era una poltiglia di macerie e di silenzio.

Quello che mi colpì di più, camminando per le strade che un tempo mi avevano accolto da turista, fu la sospensione grottesca che avvolgeva quei luoghi.

Tra tanta morte, c’era una ragnatela invisibile tessuta dalle vite di chi non c’era più e aveva lasciato sul tavolo la cena della sera prima, sulla scrivania il lavoro da completare il domani che sarebbe arrivato spietato, incomprensibile, muto come un tonfo, violento come una raffica di vento.

Come i calchi di gesso della gente dormiente di Pompei.

Macerie che ti ingannano con polvere e calcinacci, ma che rivelano oggetti, vita quotidiana, fotografie, giocattoli, ricordi che resteranno dolorosi ricordi.

Un tempio dei ricordi che saranno, un doloroso santuario di ricordi, che dopo 7 anni striscia nella memoria: una città distrutta e congelata nella vita che fu.

 

di Lorenzo Scaraggi

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